Alla piazza di ieri non serve una sinistra testimoniale e ininfluente

Settecentomila donne e uomini in piazza a Roma, molte, molte di più fuori dalle fabbriche, dagli uffici del pubblico impiego, dai posti di lavoro: una forza immensa. Non si oppongono solo all’accordo separato. Chiedono di non essere loro a pagare, ancora una volta, come sempre, i costi di una crisi provocata da decenni di politica economica dissennata, guidata dalla logica del massimo profitto nel minor tempo possibile.

Perché questa, e non altra, è la posta in gioco nella partita dell’accordo separato: è qui che si deciderà se a uscire ulteriormente rafforzati dalla crisi saranno gli stessi che l’hanno provocata o se alla fine del tunnel si aprirà lo sbocco per una politica economica radicalmente diversa da quella che ha flagellato, sotto i nomi discreti di “globalizzazione” e “finanziarizzazione”, il pianeta intero per decenni.

Non è una partita che riguardi solo i metalmeccanici o i lavoratori del pubblico impiego. E’ una partita generale. Come lo sciopero di ieri.

Ma per chi, come noi, è impegnato nel difficile compito di dar vita a una forza della sinistra che non sia nuova solo nel nome, lo sciopero di ieri vuol dire qualcosa in più. Ci consegna un’indicazione che sarebbe criminoso disattendere, perché le nostre radici affondano proprio lì, nella piazza stracolma e nelle fabbriche vuote di ieri. Una forza di sinistra deve essere capace di dar voce al lavoro, a quello che si finge stabile a quelle precario, a quello dipendente e a quello mascherato da lavoro autonomo ma altrettanto sfruttato: il grande rimosso della società berlusconiana. Ma una sinistra davvero in grado di fronteggiate questi tempi deve anche essere pronta a raccogliere le istanze di democrazia reale, di partecipazione diretta, di innovazione nelle forme della rappresentanza che percorrevano la manifestazione di ieri come percorrono da mesi e da anni ogni momento di mobilitazione, ogni movimento, ogni conflitto sociale.

E’ la strada diametralmente opposta a quella dell’accordo separato quella che dobbiamo percorrere. Lì una brutale limitazione del diritto di sciopero, in pieno spregio della Costituzione, l’imposizione arrogante di una drastica limitazione della rappresentanza sociale. Qui la restituzione del potere decisionale a tutte e a tutti, a ciascuna e ciascuno. La sfida per la costruzione di un nuovo soggetto che intenda mettere in campo non un ennesimo altro partito ma un’altra sinistra è tutta qui.

Ma qualcosa di importante, ieri, non lo hanno detto solo le presenza in piazza. Altrettanto eloquenti sono state le assenze. L’assenza del Pd, fatti salve alcune presenze individuali che, pur importanti, non potevano compensare la defezione del principale partito dell’opposizione, il Pd. Ma anche quella dell’Idv, il partito che cinicamente cerca di lucrare sulla crisi della sinistra politica, salvo scomparire e ammutolirsi ogni volta che entra in ballo il conflitto sociale.

Non c’era il Pd in piazza ieri, come non c’è mai stato davvero nella lotta contro l’accordo separato, troppo diviso al proprio interno per osare una presa di posizione netta. E non c’era Di Pietro. Nell’Italia del dopo 14 aprile, significa che a fianco della lavoratrici e dei lavoratori, ieri, non c’era nessuna forza d’opposizione in Parlamento. Nell’Italia di oggi, significa che le fasce sociali già più deprivate, i lavoratori dipendenti, i precari, i disoccupati, sono seccamente prive di rappresentanza politica. Sanare questa ferita politica e sociale prima che si cronicizzi, ma senza arrendersi alle sirene di una rappresentanza solo testimoniale, ininfluente e perciò tanto più gradita ai potenti, deve essere il primo obiettivo del Movimento per la Sinistra. Da subito. Dalle prossime elezioni europee e amministrative.

Per questo siamo usciti da un Prc prigioniero delle sue derive identitarie e delle due impotenti nostalgie. Per questo siamo alternativi a un Pd vittima del suo stesso moderatismo, della sua incapacità di schierarsi, di un interclassismo degenerato in ignavia.

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