Veltroni si dimette. Una sconfitta che viene da lontano

Veltroni si dimette. Una sconfitta che viene da lontano
In fondo era prevedibile: due débales elettorali di seguito, per un partito squassato da mille tensioni interne e per un leader che, dalla sua investitura in poi, un po’ più di un anno fa, davvero non ne ha azzeccata una, non si possono reggere “impunemente”. Né avrebbe avuto molto senso presentarsi alla scadenza europea di giugno, e all’ormai prevedibile “bagno di sangue” del Pd, pronto ad essere infilzato come l’unico o il massimo responsabile di un disastro annunciato. Da questo punto di vista, le dimissioni di Walter Veltroni sono “vere”, autentiche. Ma sono anche tatticamente ed eticamente convenienti: nel respingere il più che dovuto invito del suo coordinamento a rimanere al suo posto, il leader piddino ha fatto, alla fine, l’unica scelta saggia. Assunzione di responsabilità personale, per un verso, ritorno ad una responsabilità collettiva (collegiale) per l’altro verso. In gioco, ora, è l’intera classe dirigente del Partito Democratico: sia quella nazionale che quella “territoriale”. Quando e se si andrà al congresso prima delle elezioni per il parlamento di Strasburgo, chiunque sia il successore di Walter, sarà difficile che resti in piedi qualcosa del progetto “originario” del Pd.

Il fatto è che non ci sono soltanto, alle spalle, le sconfitte dell’Abruzzo e della Sardegna – due regioni profondamente tra di loro diverse, anche rispetto alle vicissitudini recenti (questione morale inclusa), ma che hanno prodotto due risultati molto simili, nell’alchimia e nell’equilibrio politico-elettorale. C’è il risultato delle primarie fiorentine, quelle che hanno visto l’affermazione del rutelliano Matteo Renzi ma, soprattutto, la dissoluzione dell’elettorato tradizionalmente ds, di origine comunista – un po’ come se esso fosse oramai davvero consunto, anche in luogo, come il capoluogo toscano, più all’apparenza “conservativo”. C’è la tendenza centrifuga neocentrista, Rutelli-Letta che acquista di colpo una forza imprevista, anche alla luce del buon andamento elettorale dell’Udc. E c’è, dalla parte opposta, quello che qualche giornale autorevole ha definito l’attivismo “sfrenato” di Massimo D’Alema. Lunedì pomeriggio, alla presentazione del libro di Franco Giordano (“Nessun Dio ci salverà”), officiata dall’ex-ministro degli esteri insieme a un brillantissimo Fausto Bertinotti, l’”eterno duellante” di Veltroni si è lasciato andare ad affermazioni politicamente impegnative – ed anche “autocritiche”: no all’autosufficienza del Pd, sì, in sostanza, all’apertura di un processo capace di ricostruire una sinistra credibile, fuori dalle tradizionali (ed oggi poco utilizzabili) partizioni tra “riformisti” e “rivoluzionari”. No ad ogni pulsione “conservatrice”, sì all’invito di Bertinotti di provarsi a lavorare, con pazienza e determinazione, su un progetto che non sarà certo comune – date le distanze dell’analisi generale ed anche della lettura della sconfitta – ma che potrebbe preludere ad un percorso convergente delle “due sinistre” su alcuni assi non banali (la questione sociale e del lavoro, ma anche la questione dei diritti civili ineludibili). Nulla che assomigli, per ora, con buona pace di Claudio Fava, a processi scissionistici o a tradizionali battaglie di partito, nulla, a pensarci bene, di banalmente tattico.
Ma a nessuno può esser sfuggita la novità politica di un dialogo – quello tra Bertinotti e D’Alema, intellettualmente del tutto onesto e non reticente – che si svolgeva nel pieno della crisi del Pd, e all’indomani dell’investitura dalemiana della candidatura di Pier Luigi Bersani, il più socialdemocratico dei postcomunisti piddini. Non sembri un paradosso; i due leader sono accomunati dall’essere, al fondo, due senza-partito. Due “ricercatori” per quanto illustri e carichi di storia. Anche se lo ha negato, anche D’Alema sa quanto corrisponde al vero la cruda affermazione di Bertinotti: “oggi la sinistra non c’è”. In nessuna delle sue versioni storiche e ancora possibili. In nessuna delle dimensioni che sarebbero necessarie.
In effetti, l’altra “lezione sarda” concerne proprio l’ulteriore slittamento verso l’inesistenza della sinistra alternativa. C’è chi, i vertici attuali del Prc e del Pdci, appare relativamente “soddisfatto” di cifre comunque largamente al di sotto del cinque per cento: è il segno più chiaro ed esplicito del carattere meschinamente rinunciatario del loro progetto. Ma come si fa a non vedere il fatto principale, e cioè che la crisi conclamata del Pd – anche e soprattutto elettorale – non porta quasi nulla, se non qualche frattaglia, alle sigle della sinistra alternativa? Come si fa a non capire che accontentarsi di un consigliere qua e di un altro là è, politicamente, quasi demenziale oltre che mortifero?
La fase politica che si apre, ad ogni buon conto, è forse la più difficile e impegnativa del dopoguerra, non per ciò che resta non solo della sinistra, ma delle forze democratiche italiane. Altrimenti il ciclo vincente (ed egemonico) ella destra è destinato a consolidarsi e – voglio esagerare – “eternizzzarsi”.

MOVIMENTO PER LA SINISTRA

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3 Responses to Veltroni si dimette. Una sconfitta che viene da lontano

  1. nottebuia ha detto:

    cu sa sinistra…. mona jamu avanti!!! cangiati testa… lissa fu’ l’urtama scoppolata….e siti nte l’opposizzioni…figuramoni si guvernavavu!!! ma va va

  2. rossodisera ha detto:

    hai perfettamente ragione …..il punto è che il pd a mio avviso non è sinistra ………..

  3. francesco teresa loguercio ha detto:

    ottime le dimissioni….cosi’ almeno non si potra’ parlare piu’ di “VELTRUSCONI”

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